Nell’era del postmoderno, dove la velocità e la tecnologia hanno trasfigurato persino i corpi, il Novecento appare come un secolo distante. Un capitolo nella storia dell’umanità che non ci appartiene più e che è utile solo per i collezionisti di memorie. Ma è davvero finito il Novecento o resta ancora qualcosa della sua eredità che produce il presente e lo modella? Una domanda che ci rimanda al nostro rapporto con la storia, con le radici ma anche con i processi di cui spesso assistiamo il divenire senza riuscire a coglierne il principio, l’origine. Il fenomeno dello spettacolo che assorbe la vita e la trasforma in un palcoscenico (Debord e Baudrillard), il decadimento della sfera pubblica e l’impatto dell’industria culturale (Adorno), la scomparsa del soggetto (Foucault), l’era del nichilismo (Nietzsche): vestire i panni dell’archeologo significa anche riannodare i fili della storia e ricostruire il senso del nostro discorso.
Così interrogare il Novecento partendo da molteplici piani – dalla filosofia alle relazioni internazionali, dall’economia alla storia, dalla scienza politica alla letteratura, dall’arte alla storia della Chiesa – può diventare un esercizio non solo utile a riafferrare quei lembi di verità scomparsi nei flutti della Storia, ma a costruire presente e futuro. I dialoghi con Fabrizio Cambi, Alfonso Caramazza, Innocenzo Cipolletta, Sergio Fabbrini, Antonio Negri, Franco Rella, Gian Enrico Rusconi e Andrea Zanotti sono un’ipotesi di lettura del nostro passato ma con gli occhi rivolti al futuro per cercare di ricomporre un mosaico che ci restituisca un’idea di tempo e un orizzonte all’interno del quale muoverci con una diversa consapevolezza.